Draghi fa l’americano sulla moneta ma è merkeliano sui conti

Sulla politica fiscale, la Banca centrale europea per il momento non si discosta dall’ortodossia tedesca, come dimostra il parere appena pubblicato dall’Eurotower sui regolamenti della Commissione Ue “per una governance rafforzata dell’Economia dell’Eurozona”.
13 MAR 12
Ultimo aggiornamento: 08:18 | 17 AGO 20
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La “rivoluzione silenziosa” di Mario Draghi, così l’ha definita ancora ieri una lunga inchiesta della Reuters, è finora rimasta confinata al dominio della politica monetaria. Lo dimostrano le scelte non convenzionali della Bce che, ispirandosi in maniera creativa al Quantitative easing (allentamento monetario) delle Banche centrali anglosassoni, ha fatto rifiatare gli istituti di credito e sostenuto indirettamente i debiti pubblici del continente senza che la Germania si ribellasse. Sulla politica fiscale, invece, la Banca centrale europea per il momento non si discosta dall’ortodossia tedesca, come dimostra il parere appena pubblicato dall’Eurotower sui regolamenti della Commissione Ue “per una governance rafforzata dell’Economia dell’Eurozona”.
A dicembre era stato il Consiglio dell’Unione europea a chiedere un’opinione a Francoforte su due regolamenti proposti da Bruxelles che mirano ad accrescere ulteriormente il livello della sorveglianza sui conti pubblici dei paesi dell’Eurozona. Dopo la legislazione chiamata “Six Pack”, entrata in vigore lo scorso dicembre e che impegna i paesi al pareggio di bilancio e alla riduzione rapida del debito pubblico (proprio come il più noto Fiscal compact), l’idea è appunto di approvare il “Two Pack”. In base al testo in discussione, i governi dovranno presentare ogni anno a Bruxelles il progetto di legge finanziaria per l’anno successivo, accettare consigli dalla Commissione nel caso si manifestassero squilibri di bilancio, e dotarsi di organismi di audit indipendente.
La Bce “dà il benvenuto” a queste indicazioni, ma subito dopo propone di “rafforzare ulteriormente” la disciplina di bilancio per gli stati dell’euro e di “intensificare ulteriormente” la sorveglianza sui paesi la cui stabilità finanziaria è a rischio. In una nota dettagliata, lunga 26 pagine e firmata dallo stesso Draghi, l’Eurotower spiega anche come fare. Essenzialmente limando l’uso del condizionale, da sostituire dove si può con l’imperativo (“may” diventi “shall”, si consiglia nella nota), e poi rendendo più facile il ricorso alle sanzioni decise direttamente da Bruxelles.
Musica per le orecchie dei tedeschi che, dall’inizio della crisi dei debiti sovrani, si sono mostrati poco fiduciosi della volontà degli altri paesi di limitare il ricorso alla spesa in deficit, e per questo vedono di buon occhio una progressiva sottrazione della politica fiscale dalle mani degli stati membri. Secondo la Bce, gli stati dovrebbero far conoscere alla Commissione non soltanto la legge finanziaria dell’anno successivo, ma anche “i piani fiscali a medio termine”. Inoltre l’Eurotower consiglia di specificare meglio le condizioni che si dovranno verificare per consentire alla Commissione di emettere un giudizio sui bilanci che le vengono sottoposti. Ai “fiscal council” indipendenti che saranno costituiti in ogni paese andrebbe poi assicurato il potere non solo di “monitorare” ma anche di “valutare” l’operato dei governi.
Per quanto riguarda gli stati che attraversano “gravi difficoltà finanziarie”, l’attuale bozza di regolamento prevede che il Consiglio dell’Ue “può raccomandare” a un paese di richiedere assistenza finanziaria all’Ue o ad altre organizzazioni internazionali, oltre a un programma di aggiustamento strutturale; la Bce chiede che la formula cambi così: “Il Consiglio ‘deve’ raccomandare”. Infine, per aumentare la “pressione” sui paesi meno rigorosi, Draghi propone che le situazioni-limite siano discusse e rese pubbliche sia dall’Eurogruppo che dal Consiglio Ue. Sull’austerity, dunque, per ora Draghi non scontenta troppo Berlino.